Quando parliamo di transizione ecologica, pensiamo spesso a grandi politiche climatiche, tecnologie verdi avanzate o strategie globali ed intense. Ma non è solo questo il terreno del cambiamento. Cosa succede se spostiamo lo sguardo su un luogo quotidiano, apparentemente ordinario, come una scuola primaria? E se la scuola fosse circondata da un terreno vero? Se la rigenerazione degli ecosistemi iniziasse proprio da quel terreno coinvolgendo giovani, insegnanti e comunità locali in un’azione concreta, condivisa e quotidiana?
Oggi questa domanda è tutt’altro che astratta e trascurabile. Con l’80% degli habitat europei in cattive condizioni e una crisi della biodiversità che incide direttamente sul nostro benessere, è sempre più evidente che la risposta non può essere fatta solo di tecnicismi o interventi spettacolari. 1FAO (2025). The State of Food and Agriculture 2025. Addressing land degradation across landholding scales. Serve un cambiamento culturale profondo, capace di tenere insieme conoscenza del territorio, partecipazione e senso di responsabilità collettiva.
Ma perché iniziare proprio dalle scuole?
I limiti dell’approccio tradizionale
Fino alla metà del Novecento, la maggior parte della popolazione mondiale viveva in contesti rurali, mantenendo un rapporto diretto e quotidiano con il territorio. Nel 1950, infatti, la popolazione rurale superava ampiamente quella urbana. A partire dagli anni Settanta, tuttavia, questo equilibrio ha iniziato a modificarsi rapidamente: secondo i dati delle Nazioni Unite, la popolazione urbana globale è passata da circa 0,75 miliardi di persone nel 1950 a oltre 3,5 miliardi intorno al 2015, superando per la prima volta quella rurale, e si prevede che raggiungerà i 6,7 miliardi entro il 2050, mentre la popolazione rurale tenderà a stabilizzarsi o a diminuire. Anche in Italia questo processo è stato particolarmente marcato: oggi circa il 78% della popolazione risiede in aree urbane 2Kundu, D., Pandey, A.K., 2020, World Urbanisation: Trends and Patterns. In: Kundu, D., Sietchiping, R., Kinyanjui, M. (eds) Developing National Urban Policies. Springer, Singapore.
Tale spostamento ha innescato un processo rapido e intenso di urbanizzazione, accompagnato da una progressiva riduzione dell’esperienza diretta della natura nei luoghi di vita. L’uomo vive oggi prevalentemente nelle città, in contesti sempre più mediati, distanti dai sistemi naturali da cui trae origine e sostentamento. Ma soprattutto sistemi naturali da cui l’uomo stesso deriva. In questo scenario, la cura del territorio è stata progressivamente delegata e tecnicizzata, assumendo forme sempre più astratte rispetto alla vita quotidiana delle comunità. Il territorio è diventato un ambito gestito marginalmente rispetto alla vita quotidiana, piuttosto che un processo condiviso di responsabilità collettiva3Salvini S., 2024, Evoluzione dell’urbanizzazione. Storia e sviluppo delle città nel mondo, Roma, Asterios Editore.Veron J., 2006, L’urbanisation du monde, Paris, La Découverte; trad it. 2008, L’urbanizzazione del mondo, Il Mulino, Bologna.
Parallelamente, il verde urbano è stato a lungo integrato nelle città secondo un approccio prevalentemente funzionalista e compensativo e raramente riconosciuti come infrastrutture ecologiche vive, capaci di generare benefici ambientali, sociali e climatici. Anche l’educazione ambientale ha risentito di questo paradigma. Per lungo tempo, questo approccio ha posto maggiore enfasi sulla trasmissione delle conoscenze, mentre il coinvolgimento diretto e partecipativo è rimasto meno centrale. 4Mancuso, S., & Viola, A. (2013). Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale. Firenze: Giunti.
Nel tempo, tali modalità di intervento hanno evidenziato alcune criticità: una consapevolezza ambientale talvolta frammentaria, una partecipazione non sempre continuativa delle comunità locali e una difficoltà nel consolidare cambiamenti duraturi nei comportamenti e nelle pratiche quotidiane. Eppure, il rapporto con la natura e con gli alberi ha storicamente svolto un ruolo centrale nella costruzione dei paesaggi, delle culture e delle forme di convivenza umana. Le città, pur essendo luoghi di aggregazione, innovazione e servizi, si sono sviluppate spesso privilegiando altre priorità, senza integrare in modo pienamente sistemico la dimensione naturale da cui l’uomo stesso proviene. 5Mancuso, S. (2019). Fitopolis. La città vivente. Bari-Roma: Laterza.
Ripensare il rapporto tra città e natura non rappresenta quindi un’opzione accessoria, ma una necessità strategica. Integrare la natura negli spazi urbani — anche attraverso interventi di rimboschimento mirato — significa migliorare la qualità della vita, rafforzare la resilienza delle città e contribuire alla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico. Significa, soprattutto, riconoscere il verde come parte integrante degli spazi di vita. 6Commissione europea (2020) Strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030: Riportare la natura nelle nostre vite. COM (2020) 380 final, Bruxelles (Belgio), 20 maggio 2020.
In questo quadro, l’educazione assume un ruolo centrale. Le sfide ambientali contemporanee richiedono il coinvolgimento di tutti i settori della società, a partire dalle nuove generazioni. Educare alla natura, sin dall’infanzia, significa costruire insieme competenze, atteggiamenti e pratiche capaci di tradursi in azione concreta. Questa è la chiave per ricostruire un legame profondo tra persone, territori e futuro. 7ICLEI South Asia (2022) Guidelines for development of Miyawaki Forests in India. Prepared under SDC Supported CapaCITIES II project.
L’educazione come beneficio della comunità
È proprio da questa consapevolezza che nasce il progetto Micro Forest Schools, un’iniziativa europea che intreccia educazione ambientale, biodiversità e partecipazione comunitaria attiva. Il progetto parte da un’idea semplice ma potente: creare e co-progettare micro-foreste urbane insieme alle scuole primarie, utilizzandole come strumento educativo, ecologico e sociale. Le micro-foreste, ispirate al metodo Miyawaki, sono piccoli ecosistemi ad alta biodiversità, realizzati con specie autoctone e progettati per rigenerare il suolo, assorbire CO₂, migliorare la qualità dell’aria e offrire habitat a numerose specie. Piccole nelle dimensioni, ma grandi nel loro potenziale trasformativo, soprattutto in contesti urbani dove lo spazio è limitato. 8Nowak, Hirabayashi, Doyle, McGovern, Pasher. (2018). Air pollution removal by urban forests in Canada and its effect on air quality and human health.
La capacità di un singolo albero di assorbire CO₂ varia in base alla specie, all’età e alle condizioni di crescita. Una pianta adulta può arrivare ad assorbire circa 100–250 grammi di polveri sottili e inquinanti all’anno, oltre a trattenere CO₂ attraverso la fotosintesi. [1] Dunque, su scala più ampia, un ettaro di alberi può sequestrare decine di migliaia di chilogrammi di CO₂ ogni anno. La vegetazione svolge inoltre un ruolo fondamentale nella riduzione dell’inquinamento acustico: foglie, rami e tronchi assorbono e diffondono le onde sonore, contribuendo a rendere l’ambiente urbano, in particolare quello scolastico, più favorevole allo sviluppo fisico e psicologico dei bambini. In questo modo, il benessere collettivo vive un miglioramento complessivo rilevante sia per la valorizzazione della qualità dell’aria che del microclima. 9Marselle, M.R., Lindley, S.J., Cook, P.A. et al. Biodiversity and Health in the Urban Environment. (2021).
La micro-forestazione diventa così un potente strumento di connessione tra i Paesi europei coinvolti nel progetto, ciascuno caratterizzato da climi, microclimi e patrimoni naturali differenti. Dalle foreste ombrose di faggio del Nord Europa, alle querce e alle specie mediterranee adattate alla siccità del Sud, ogni territorio contribuisce con il proprio “sapere ecologico” e con specie autoctone capaci di sostenere la biodiversità locale. In contesti come quello siciliano, ad esempio, piante come il mirto, l’alloro, il pino mediterraneo e il leccio raccontano un equilibrio antico tra natura e clima, mentre in Grecia o in Danimarca altre specie svolgono lo stesso ruolo adattativo in ambienti profondamente diversi. 10Frison, E. A. IPES-Food (2016) From uniformity to diversity: a paradigm shift from industrial agriculture to diversified agroecological systems. IPES, Louvain-la-Neuve (Belgium), 96.
Questa rete di micro-foreste, pur radicata nei singoli territori, costruisce una visione comune: prendersi cura degli ecosistemi significa riconoscere l’interdipendenza tra ambiente, comunità e cultura. Il progetto promuove così non solo benefici ambientali misurabili, ma anche un percorso educativo condiviso, che insegna il valore della cooperazione, della pazienza e del rispetto dei tempi della natura che non coincidono con quelli dell’urgenza o della produttività. 11Fratini, F. (2023). The Eco-Pedagogical Microforest: a shared oasis of proximity. A cutting-edge project at the intersection of ecology, urbanism and pedagogy.
Perché la micro-forestazione è anche una scelta educativa e politica
Integrare la creazione di micro-foreste nei contesti scolastici significa andare oltre l’educazione ambientale tradizionale. Significa riconoscere che la biodiversità non è un concetto astratto, ma qualcosa che può essere curato, osservato e vissuto quotidianamente. Significa anche restituire alle comunità un ruolo attivo nella gestione del territorio, rafforzando il senso di appartenenza e responsabilità. I risultati attesi del progetto emergeranno in modo significativo, anche alla luce dei workshop e delle attività già svolte, che hanno evidenziato ottimi livelli di soddisfazione. Si è verificato un incremento significativo delle conoscenze su biodiversità, azione climatica e rimboschimento; un maggiore riconoscimento del valore ecologico delle micro-foreste urbane; alti livelli di coinvolgimento e soddisfazione tra insegnanti, studenti e comunità locali. Non solo apprendimento, quindi, ma un cambiamento di atteggiamenti e una maggiore motivazione all’azione. 12World Health Organization. (2016). Urban green spaces and health: A review of evidence.
Tra i risultati già visibili del progetto, il più concreto e simbolicamente significativo è stata la realizzazione e piantumazione di una micro-foresta all’interno delle scuole partner. Giovani delle nuove generazioni, insegnanti e comunità locale hanno partecipato attivamente alla preparazione del terreno e alla messa a dimora delle specie autoctone selezionate, rendendo uno spazio scolastico ordinario in un ecosistema in crescita. La forza di questo progetto è che si tratta di un processo educativo che prende forma nel tempo e che rende tangibile il legame tra apprendimento e azione.
Guarda il video della giornata di piantumazione! Restituirà in modo immediato il valore collettivo dell’esperienza, primo segno concreto di un percorso destinato a radicarsi e crescere negli anni.
A proposito di Micro Forest
Micro Forest School è un progetto europeo finanziato dal programma Erasmus+ KA220-SCH - Cooperation partnerships in school education.
Per maggiori informazioni, contatta Margherita Rosi: margherita.rosi@impresasocialeland.org.
